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“Il corpo della differenza” è il nome di alcuni studenti dell’Università di Padova che hanno spontaneamente deciso di trovare spazi e tempi in cui poter approfondire e affrontare criticamente dei temi che caratterizzano i nostri giorni. Gli incontri hanno scadenza settimanale (solitamente il martedì alle 18.00), e hanno inizio con una relazione di una componente del gruppo su un testo precedentemente stabilito assieme, a cui segue una (vivace e interessante) discussione. Certo non mancano anche incontri che seguono una struttura differente: nel tentativo infatti di aumentare insieme lo spirito critico e per affrontare analiticamente ciò che accade sotto i nostri occhi, diamo spesso soddisfazione al nostro desiderio di “toccare con mano” le realtà coinvolte nelle nostre discussioni. Ricordiamo, solo a titolo di esempio, l’incontro che abbiamo avuto con alcuni migranti.

Non si può certo nascondere lo spirito che ha smosso fin dall’inizio questo seminario. Esso vuole essere la risposta ad un’esigenza che non viene soddisfatta all’interno dell’Università, canonicamente intesa. Stanchi infatti di pensare al sapere, alla conoscenza come a qualcosa che non riesce ad affondare nel flusso del tempo, che non riesce a penetrare nel cuore dei cambiamenti radicali della nostra società, vogliamo uscire dalla torre d’avorio della teoresi fine a se stessa. Vogliamo “sporcarci le mani”, mettere in gioco le nostre menti e i nostri corpi, determinare almeno una parte del nostro percorso formativo, attraversando e allo stesso tempo fuoriuscendo dai confini accademici. Abbiamo quindi iniziato questo percorso, con la piena consapevolezza della conflittualità che la nostra presenza possa scatenare. La nostra stessa esistenza, completamente auto-determinata, altro non è che il rovesciamento del sistema di sfruttamento che osserviamo quotidianamente nelle nostre aule. Quello che noi creiamo è infatti uno spazio in cui non vediamo più lo studente, isolato e completamente assorbito nella rincorsa all’accumulo dei crediti formativi, ormai abituato ad essere una spugna più o meno porosa che assorbe contenuti e nozioni imposti dall’alto. E non si tratta nemmeno semplicemente di “studiare quello che ci pare”. I confronti con il corpo docente, con gli “esperti del campo” non mancano, anzi sono quasi quotidiani. Ma essi non si trasformano mai in imposizioni, bensì sono tracce che servono a segnare un percorso che sia il più rigoroso e scientifico possibile.

Per questi motivi abbiamo deciso di dare avvio, nel febbraio di quest’anno, ad un ragionamento che svisceri alcuni meccanismi e alcune retoriche dell’attualità. Il centro verso cui miriamo viene avvicinato da due vie differenti, ma allo stesso tempo analoghe. Da una parte approfondiamo la tematica di genere, la queer theory, la storia del femminismo, la condizione della donna, e dei problemi legati alla realtà LGBT. Dall’altra affrontiamo la condizione dei migranti, lo spostamento dei confini all’interno delle frontiere degli Stati nazionali e gli studi delle nuove forme di cittadinanza. La linea comune che unisce questi due ambiti è la produzione di differenze: siamo infatti convinti – e allo stesso tempo è questo ciò che vogliamo dimostrare – che le differenze non siano elementi genetici dei dispositivi di gerarchizzazione e di sfruttamento, bensì vice versa. Prendendo quindi due casi limite, vogliamo smascherare questo meccanismo, mettendo anche in evidenza la dialettica tra i soggetti che tentano di fuggire da situazioni di subordinazione, e le strutture politico-economico-sociali che tentano nuovamente di catturare queste energie, queste esistenze, questi corpi. Corpi che portano i segni dei tentativi di sussunzione: lo si vede materialmente nel divieto all’autodeterminazione della donna per quanto riguarda il tema dell’aborto, oppure lo si riscontra nelle ferite che segnano il corpo dei migranti che tentano di attraversare i confini sociali e politici che striano le terre del mondo, solo per citare due esempi.

Questi sono anche i motivi che hanno portato alla scelta del nome del seminario. “Il corpo della differenza”: perché siamo interessati alle conseguenze della produzione di diversità, di separazioni, di distanze. Ma anche perché abbiamo la convinzione che la nostra stessa presenza faccia già la differenza.

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