Presentazione seminario marzo-aprile 2011 – G. Valpione

Perché La nascita della biopolitica di M. Foucault? Abbozzo di una tabella di marcia.

Era quasi ovvio che prima o poi avremmo cercato il tempo per soffermarci sul corso di Michel Foucault La nascita della biopolitica. Anzi, sembra strano che, questo tempo, non l’abbiamo trovato prima. Dopo 12 mesi di incontri settimanali, in cui si sono susseguite discussioni sulla questione di genere, sui migranti, sul razzismo e la sessualità, avremmo nominato il filosofo francese dozzine di volte. Eppure, abbiamo continuato a rimandare.

Potremmo dare una spiegazione banale a questo “ritardo”: non ce la sentivamo di affrontare un pensatore talvolta complesso, temevamo il rischio di storpiarne i ragionamenti, dimenticare i passaggi. Oppure, possiamo sostenere esattamente il contrario: abbiamo impegnato il nostro tempo a fotografare dinamiche di sfruttamento, rapporti di potere, processi di differenziazione (sia con sguardi precisi che disegnassero i minimi particolari, come per Migrando Sole, oppure con punti di vista più generali, come per Neoliberalism as exception) per distinguere i nodi che legavano tutte queste storie; nodi spesso problematici, che – nonostante lunghe discussioni – non siamo riusciti a sciogliere completamente. E allora non siamo colpevoli di un “ritardo”, di un errore nello stabilire il percorso di ricerca, anzi. Consapevolmente o meno, io credo, siamo invece nei tempi giusti per affrontare questo corso di M. Foucault. Tempi giusti per noi, dato che in questo testo possiamo trovare chiavi, lenti e pinze che ci aiuteranno a fare dei passi avanti nelle nostre analisi, ma tempi giusti anche per chi non vuole tradire il messaggio di Foucault.

In più di un’occasione, infatti, lui stesso sostenne che i suoi libri debbano essere considerati come cassette degli attrezzi in cui rovistare per cercare, e forse trovare, degli strumenti che servano ad un percorso politico e di analisi.

Non è quindi superfluo cercare di ricapitolare le motivazioni che ci spingono verso questo libro, non solo per leggerlo, ma per utilizzarlo.

1.     Perché in queste pagine troviamo la spiegazione e l’esemplificazione del rapporto di sapere e potere. Qualcuno di noi ricorderà un’occasione in particolare in cui abbiamo usato questa relazione per superare un’impasse che ci sembrava irrisolvibile. Si parlava di infibulazione, di poligamia ecc, e si discuteva della legittimità di campagne internazionali che proibissero tali pratiche ed usanze. Proprio utilizzando Foucault, anche se non esplicitamente, siamo riusciti a non fermarci alle letture mainstream: “non a casa nostra”, “nemmeno a casa loro”, “ognuno faccia a casa sua ciò che vuole”, trovando una strada che apre molte più possibilità e che si situa ad un livello differente rispetto alle retoriche populiste, sia di destra che di sinistra. Dalle nostre parole emerse infatti la necessità di far risalire alla superficie tutti quei rapporti di potere che portano con sé determinate concezioni (passino esse per libri di culto, indagini scientifiche, racconti popolari e così via) della donna, della famiglia, del lavoro e del corpo. Certo, la nostra era solo un’indicazione, e dobbiamo sicuramente correggere alcune prospettive, ma la direzione pare essere – se non quella giusta – sicuramente quella più interessante.

 

2.     Perché potremo, usando Foucault, analizzare la retorica dei diritti. In particolare, attraversando La nascita della biopolitica, vogliamo mostrare – e su questo discutere – che la rivendicazione di un diritto non significa porsi dalla parte (giusta) delle barricate in faccia al potere: non significa andare contro una struttura, e ancora meno un centro, da cui tale potere emana e da cui noi siamo esclusi. Il governo liberale non si pone lo scopo di garantire o rispettare i diritti di soggetti naturalmente ed ontologicamente liberi, i quali all’occorrenza possono essere utilizzati da questi ultimi indipendentemente e contro chi si pensa detenga le redini del rapporto politico. Il soggetto, lo dice bene Foucault, non nasce libero, ma viene prodotto come tale proprio dalla pratica di governo liberale che vive e si nutre di quella libertà, e che quindi si trova anche perennemente costretto a produrne. Facilmente si può concludere, quindi, che pretendere maggiore libertà dentro il liberalismo significhi non solo legittimare i governanti e determinarli come delle fonti a cui chiedere l’elemosina, ma anche fare pienamente il loro gioco e aumentarne la vitalità e durata.

 

3.     Perché nel corso al Collège de France del 1979 emerge esplicitamente come, a partire dalla Vitalpolitik tedesca degli anni ’50, la società sia orientata verso la forma dell’impresa. E allora, dopo (ma forse non oltre) Foucault, possiamo anche partire per confrontarci e discutere su alcuni processi che vediamo affermarsi sotto i nostri occhi: aziendalizzazione dell’università, della sanità, gestione esclusivamente amministrativa delle migrazioni, solo per fare degli esempi. Una serie di procedimenti che appunto mostrano come la società stia andando verso una forma imprenditoriale e che mette anche in crisi la canonica separazione tra pubblico e privato.

Abbiamo di fronte a noi una precisa tabella di marcia, e delle indicazioni per costruire, assieme, un prisma pratico-riflessivo attraverso cui determinare le nostre indagini, ma anche e soprattutto i nostri percorsi politici.

Quindi…continuiamo la nostra strada, certi di trovare sempre nuovi spunti su cui confrontarci e nuovi soggetti desiderosi di coltivare un differente modo di produzione del sapere, pienamente e consapevolmente di parte.

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